


Uscire dalla base a bordo di un "Lince" Tg1 blog
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Diario da Kabul
Sussurri e grida dall'Afghanistan
PINO SCACCIA Questa settimana sono morte in Afghanistan almeno 33 persone. Dall'inizio dell'anno i morti sono stati almeno 614 pinoscaccia@gmail.com |
Uscire dalla base a bordo di un "Lince" Tg1 blog La televisione satellitare araba al Jazeera ha trasmesso oggi una registrazione video in cui compare il soldato statunitense che è stato catturato dai talebani nei giorni scorsi in Afghanistan. Nel video si vede il soldato americano, con la testa rasata, parlare verso la telecamera. «Ho paura, sono spaventato e vorrei tornare a casa», di ce il militare Usa. Nel video, il soldato appare in buona salute, ha una barba non folta, presumibilmente cresciuta durante le circa tre settimane di prigionia, e veste abiti tradizionali afghani. Dice di essere spaventato, di volere tornare a casa: «È snervante essere tenuto prigioniero», afferma e aggiunge: «Penso alla mia ragazza, che spero di sposare. Penso alla mia bella famiglia, a casa in America, che io amo». A un certo punto si sente una voce fuoricampo che in inglese chiede al soldato se abbia un messaggio da inviare alla sua gente. il prigioniero risponde: «Sì. Ai miei connazionali che hanno qui i loro cari, che sanno quanto gli mancano, dico che hanno il potere di convincere il governo a rimandarli a casa... Per favore, riportateci a casa, così che possiamo stare laddove siamo nati e non qui a perdere il nostro tempo e le nostre vite». Quello che compare nel video è il primo soldato americano che viene catturato dai talebani dal 2002. Il comando Usa da Kabul ha confermato che si tratta del militare americano che stava operando nella provincia sud-occidebntale di Paktika quando è stato dichiarato disperso. La cattura è avvenuta con ogni probabilità a fine giugno ed è stata annunciata il 2 luglio. Successivamente comandanti talebani hanno minacciato di uccidere il prigioniero se Washington non cambierà la sua strategia in Afghanistan. «Servirsi del nostro soldato per fare propaganda è contro il diritto internazionale», ha commentato oggi a caldo un portavoce militare americano. «Stiamo continuando a fare quanto è possibile per riavere il soldato sano e salvo», ha aggiunto.
Alessandro Di Lisio aveva un profilo su Facebook. L’ultimo messaggio lasciato sulla sua bacheca è di sei giorni fa, l’8 luglio 2009 alle 19.45, in cui scriveva «La guerra è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farla…». Nel suo profilo, Di Lisio, che ha 38 «amici», si definisce single in cerca di amicizia e di una relazione. Il suo orientamento politico è definito «troppo di destra». Il suo datore di lavoro è indicato come la Brigata Paracadutisti Folgore. Di Lisio è iscritto anche ad alcuni gruppi, tra i quali «bar aperti dopo le 21 a Legnago», «Facciamo chiudere il gruppo “picchiamo i cani”», «Sono di Campobasso!!», «Quelli delle Coste di Oratino… e dintorni», «Oratinesi Nel Mondo». Un ragazzo come tanti, con le sue noie (”Fa caldo e non succede un cavolo”); le sue speranze (”Mancano solo tre mesi di guerra… solo tre mesi”, scriveva il 25 scorso); i suoi tormenti di cuore (”le ragazze mi fanno esaurire”); le passioni (i paracadutisti e I metallica). Era la sua prima missione in Afghanistan. All’aeroporto di Farah, Alessandro era atterrato quattro mesi fa dopo un lungo addestramento nel quartier generale della Folgore. Indossava il basco rosso da cinque anni. Era stato arruolato nel Genio e si era specializzato nel disinnesco di bombe. E proprio una bomba l’ha ucciso. Su Facebook nascono in queste ore gruppi di amici o di semplici cittadini che vogliono esprime cordoglio. Sono centinaia di corrispondenze e il numero degli iscritti sale di minuto in minuto. BlogTg1
Dormivano sotto il colonnato della stazione Ostiense, a Roma, e molti di loro trovavano rifugio nei tombini riparandosi dal freddo con coperte e cartoni. li ha scoperti la polizia ferroviaria di Roma, nel corso di un'operazione straordinaria di controllo. Individuati 24 ragazzini, tra i 10 e i 15 anni, tutti provenienti dall'Afghanistan. Molti sono in condizioni fisiche precarie, e secondo quanto riferito da alcuni testimoni al telegiornale di Sat 2000, per stare nei tombini, accovacciati o in piedi, pagavano una somma. Una fessura restava appena aperta per lasciar passare un filo d'aria per respirare. Agli agenti hanno dichiarato di essere giunti in Italia senza i genitori. Sono stati portati in ospedale per le visite di controllo e poi sistemati in centri di accoglienza. In totale sono state 93 la persone identificate dalla polizia e che trascorrevano le notti nello snodo ferroviario.
Ahmad Sarmast è uno dei pochi musicisti rimasti in Afghanistan che lotta per aprire una scuola a Kabul. Video La semplicità con cui parla Ahmad Sarmast è disarmante: "Per questo progetto sto rischiando la vita. Ho abbandonato l'Australia e un buon lavoro lì. E in Afghanistan sono minacciato di morte, perché voglio diffondere la musica e per i Taliban questa è un'eresia. Ma non rinuncerò. È il mio sogno per il futuro di questo paese". Il sogno di Sarmast è di quelli arditi se lo si ambienta nelle strade piene di uomini armati di Kabul: il professore si è messo in testa di salvare la tradizione musicale del suo paese facendo rinascere la principale scuola di musica dell'Afghanistan, annientata dalla guerra civile prima e dai Taliban dopo. segue
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Brasilia. Dicono che la storia di Alidad non sia vera. Lo dice il Viminale, raccogliendo la smentita del questore di Ancona. Eppure di questo ragazzino afghano che ha attraversato il mondo per sfuggire alla morte e alla miseria si sa tutto. Faccia da scugnizzo, come tutti i miei scugnizzi di Kabul che porto nel cuore, è fuggito quando aveva nove anni insieme alla madre e ai fratellini dopo che i talebani avevano ucciso il padre. Una fuga lunga tre anni attraverso Iran, Turchia e Grecia poi l’ultimo viaggio nascosto su un camion sbarcato al porto di Ancona. Di anni ormai ne aveva dodici ma certo si vedeva che era poco più di un bambino. Accolto, rifugiato, protetto? Macchè, via: ritorno forzato, certo in Grecia, mica in Afghanistan. Dice il questore che non risulta, anche perchè quando arrivano i gruppi accanto alla polizia ci sono sempre i funzionari del Cir, centro italiani rifugiati. E invece sì che succede. Succede spesso: si caricano senza verificare, secondo le convenzioni, eventuali status di rifugiato, senza neppure distinguere nel gruppo i minori. Per esempio è successo a Venezia dove a fronte di 850 clandestini denunciati dalla polizia, al Cir ne sono stati segnalati soltanto 110: e gli altri 740? Sicuramente fra loro c’erano anche Sallahuddin Chauqar, altro afghano di appena sette anni, tipetto evidentemente poco affidabile e Alisin Sharifi, lui sì sospetto, addirittura di anni ne aveva quattordici. Succede, perchè si respingono in gruppo. E succede spesso che arrivino nascosti dentro i camion dalla Grecia, solo che si parla sempre e solo dei disperati in mare anche perchè i numeri sono alti e le tragedie di susseguono (il Mediterreaneo è ormai un cimitero). E’ successo anche ieri, mica il secolo scorso, dalle parti di Torino dove altri tre ragazzini afghani si sono mischiati a ragazzini come loro in gita scolastica. Solo che quelli erano italiani. E mica erano vestiti uguale nè facevano festa. Poi i posti erano finiti ed erano aggrappati alla ruota di scorta. Sono stati scoperti subito. Blog Tg1
E' stato assassinato da una raffica di colpi sparati da ignoti armati, il reporter della rete satellitare PressTv a Qandahar, Javid Ahmad Kaker. Secondo le pubbliche relazioni della rete satellitare allnews iraniana in lingua inglese, Ahmad Kaker, tra i giornalisti più prestigiosi dell'Afghanistan, è stato ucciso da una raffica di mitra sparati da una Toyota in fuga. Kaker, due anni fa, quando lavorava per la rete canadese CTV, venne arrestato dalle forze statunitensi a Qandahar che lo imprigionarono nella spaventosa prigione di Bagram per un anno. Sicuro che sono stati i talebani?
Torna dal buio il popolo invisibile di coloro che muoiono due volte, i caduti che tornano a casa di nascosto, lontani dagli occhi, come sono lontani dalla vita. Dal 1991, il rimpatrio delle salme dei soldati uccisi in guerra non deve essere visto dal pubblico, per non fiaccare il "morale" della nazione, e se davvero la presidenza Obama toglierà la benda, come sta progettando di ordinare nei prossimi giorni, il rischio di mettere il Paese intero di fronte alla verità, e al prezzo reale delle guerre, per lui è grande. (...) la promessa Obamista di "cambiare", di aprire la cassaforte delle vergogne, deve essere mantenuta e il sudario sul ritorno del caduto deve essere, almeno in parte, sollevato. Anche con piccoli gesti simbolici, come le lettere personali che Obama scrive alle famiglie degli uccisi firmandosi soltanto come "Barack". Ma qui si apre la trappola sotto i piedi del nuovo Presidente. Come ha sempre sostenuto Colin Powell, "il popolo americano tollera i caduti in guerra, purché, e fino a quando, capisca e condivida le ragioni per le quali sono morti". Permettere che siano riprese e mostrare quelle malinconiche catene di montaggio delle bare gli sarebbe utile per accelerare il ritiro dall'Iraq, dove continua, a "vittoria" conclamata, a cadere un soldato Usa ogni 48 ore. Ma lo stesso Obama ha promesso l'escalation di altri 30 mila soldati in Afghanistan, un incremento che garantisce più bare. Già il numero di soldati che hanno lasciato la vita nelle valli dove si infransero le armate di Alessando, dell'Impero Britannico, dell'Unione Sovietica, è cresciuto drasticamente, con il risorgere della guerriglia Taliban. I 58 caduti del 2004 sono divenuti gli oltre 200 del 2006 e del 2007 e i 294 del 2008, quintuplicati in cinque anni. L'opinione nazionale è favorevole all'abolizione dell'oscuramento e alla guerra in Afghanistan. Ma anche il Vietnam fu per anni appoggiato dalla maggioranza degli americani e la guerra divenne "sporca" soltanto quando fu chiaro che non si sarebbe potuta vincere. Esiste una vittoria finale, decisiva in Afghanistan che possa riportare il dolore e il lutto alle dimensioni affettuose e accettate del 1945 e ai rituali della "gloriosa morte" sul campo? Questa è la scommessa di Barack Obama, nello strappare al buio il popolo degli invisibili. Se la dovesse perdere, qualcuno avverte che l'Afghanistan potrebbe essere, per troppa trasparenza, il Vietnam di Obama. Vittorio Zucconi La Repubblica
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Sono 2.118 i civili rimasti uccisi in Afghanistan nel 2008, il 40% in piu' rispetto all'anno precedente. Lo rende noto un rapporto dell'Onu secondo il quale le forze filogovernative sono responsabili del 39% di queste perdite. Il 2008 e' stato il piu' sanguinoso per i civili dalla caduta del regime dei talebani nel 2001.
Non è escluso un ulteriore aumento del numero di militari italiani presenti in Afghanistan nel secondo semestre dell'anno. Lo ha detto lunedì pomeriggio il ministro della Difesa Ignazio La Russa dopo aver incontrato la presidente della Camera del Rappresentanti Usa Nancy Pelosi. «Non abbiamo escluso la possibilità di chiedere al Parlamento, ove fosse necessario, nel periodo delle elezioni (presidenziali di agosto, ndr) un eventuale temporaneo incremento per quella specifica finalità», ha detto ai giornalisti La Russa dopo aver salutato Pelosi. Il ministro, parlando con Pelosi, ha comunque ribadito «che l'Italia è il terzo contributore di risorse e uomini», il cui numero è già stato portato a 2.800. «Non è detto che il problema sia un aumento degli uomini. Dobbiamo interrogarci su quale sia la migliore soluzione. Non è detto che passi attraverso un maggior dispiegamento di uomini piuttosto che per un diverso modo di approcciare la situazione». La Russa ha infatti detto di essersi trovato d'accordo con Pelosi sulla «necessità di incrementare un approccio globale, non solo militare» in Afghanistan. Brasilia. Ogni volta che succede qualcosa di grave a Kabul ripenso alla minaccia di quei due comandanti talebani incontrati ormai più di un anno fa. Anzi, non una minaccia: una constatazione detta senza enfasi nè aggressività. “Ma noi a Kabul ci siamo già”. Ci ripenso quando attaccano zone in apparenza inaccessibili come l’area delle ambasciate, o entrano dentro il bunker dell’hotel Serena o, come stamattina, fanno strage davanti al palazzo del ministero della giustizia, uno dei più protetti. Più di venti vittime, forse trenta, il giorno prima dell’arrivo dell’inviato di Obama. Inquietante.La notizia postato da pinosc · permalink · commenti (2)
Il presidente afghano, Hamid Karzai, denuncia l'uccisione di 16 civili in un raid delle forze americane e afferma che azioni come quella condotta sabato «stanno rafforzando i terroristi». Il ministero della Difesa, ha precisato Karzai, ha inviato a Washington e al quartier generale della Nato, una bozza di accordo tecnico che chiede un maggior controllo di Kabul nelle operazioni militari delle forze straniere. Un portavoce del comando Usa ha detto che sull'episodio verrà condotta un'indagine congiunta con il governo di Kabul. Nel frattempo migliaia di persone hanno manifestato contro la presenza delle forze straniere in Afghanistan e contro il Presidente Karzai nella provincia di Laghman, vicino al villaggio in cui è stato condotto il raid. «Condanniamo con forza (operazioni come questa, ndr) e chiediamo che cessino», ha dichiarato il consigliere del Presidente, Assadullah Wafa, inviato da Karzai a Mehtar Lam, la capitale della provincia di Laghman teatro delle proteste. Il consigliere ha denunciato che fra le vittime vi sono «molte donne e bambini».
Alle sei di pomeriggio è già buio pesto, fra le montagne. E bisogna andare in giro con la lucetta. Massimo alle otto si va tutti a mensa. Alle nove e mezza di sera, quando si sono sentiti i botti, quasi tutti dormono o comunque nel proprio alloggio, salvo quelli che hanno scelto una pizza da Ciano, tanto per cambiare. Fino a dieci giorni fa ero là, con loro, e posso immaginare l’effetto che hanno combiato quei quattro colpi di mortaio lanciati contro la base. Per fortuna non ci sono stati feriti nè danni alle strutture. Sono felice per tutti gli amici che ho lasciato là e anche per quelle che stanno a casa ad aspettarli. Ma posso capire cos’è successo, l’allarme. Sono usciti subito fuori, in ricognizione, quelli della “forza di reazione rapida”, i fucilieri dell’aria che tante volte ci hanno scortato. Professionisti con i fiocchi. Adesso capisco tutta quella mania della sicurezza. Avevano ragione loro: l’Afghanistan non è ancora un Paese normale.
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